Una storia sbagliata


Francesco Condello

Pier_Paolo_Pasolini_by_Zilda_(3736192220)“È una storia di periferia, è una storia da una botta e via, è una storia sconclusionata, una storia sbagliata. Una spiaggia ai piedi del letto, stazione Termini ai piedi del cuore, una notte un po’ concitata, una notte sbagliata” (Una storia sbagliata, di De Andrè e Bubola, dedicata a Pier Paolo Pasolini)

È l’1.30 della notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975. Una pattuglia dei Carabinieri sta effettuando un posto di blocco sul lungomare di Ostia, lido balneare della città di Roma, quando un’Alfa Romeo 2000 GT di colore grigio metallizzato non si ferma all’alt e scappa. Dopo un rapido inseguimento, i carabinieri fermano l’automobile e immobilizzano il guidatore: si chiama Pino Pelosi, detto “la rana”, diciassettenne della periferia romana, con piccoli precedenti per furto. Non presenta particolari segni sul corpo, ma ha una ferita sulla testa da cui sanguina: dichiara di aver sbattuto sul volante durante l’inseguimento, e confessa subito di aver rubato l’auto, vicino al cinema Argo, nel quartiere Tuscolano. I Carabinieri controllano i documenti dell’auto e scoprono che appartiene a Pier Paolo Pasolini, uno scrittore e regista molto conosciuto, uno che va in televisione e attorno al quale c’è spesso molta polemica: questo ragazzino ha rubato la macchina di uno famoso.

Alle 3 di notte i Carabinieri si presentano a casa dei genitori di Pelosi, per comunicare l’arresto: furto d’auto, il caso sembra chiuso. Non appena entrato nel carcere minorile, però, Pelosi dapprima insiste per tornare nell’auto a cercare un anello d’oro con una pietra rossa e la scritta US ARMY, che non viene trovato; poi si confida con il suo compagno di cella: “Tanto prima o poi mi scopriranno” dice “ho ucciso Pasolini”.

Un intellettuale “eretico”

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno” (Orazione dello scrittore Alberto Moravia ai funerali di Pasolini)

Al momento della sua morte, Pier Paolo Pasolini è una delle figure più importanti della letteratura e del cinema nell’intero panorama europeo: poeta considerato tra i più importanti della sua generazione, cineasta pluripremiato ai festival di Venezia, Cannes e Berlino, scrittore e traduttore, saggista e giornalista, pittore e musicista. Pasolini (come si descrive egli stesso in un famoso articolo del 1974 pubblicato sul Corriere della Sera col titolo Cos’è questo golpe? Io so) è però soprattutto “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”: per Pasolini, il lavoro intellettuale coincide con la ricerca del vero, della verità intesa come aletheia, svelamento.

Questa attitudine, unitamente all’omosessualità dichiarata e vissuta alla luce del sole, contribuisce a fare di Pasolini un personaggio “scomodo”, senza spalle coperte ma proprio per questo libero: è cattolico, ma non è accettato dalla Chiesa a causa dei suoi orientamenti sessuali; è comunista, ma nel 1949, quando viene accusato di essersi appartato con dei ragazzini, è espulso dal Partito senza attendere l’esito del processo, che lo scagionerà totalmente. Pasolini è oggetto, da quel momento, di una vera e propria persecuzione giudiziaria: subisce più di 40 tra denunce e querele (di cui 28 solo per il film Il Decameron), 10 processi (di cui solo uno come parte lesa, per l’uccisione del fratello) con capi d’imputazione generalmente di carattere ideologico (vilipendio alla religione, oscenità, istigazione a delinquere, pornografia…) e varie cause civili. Lo scrittore viene accusato dei più disparati reati: diffamazione, rapina (un giornale di destra pubblica la notizia con una foto di scena del regista mentre imbraccia un mitra), plagio, rapimento… ma viene sempre scagionato. Pasolini si descrive così in un articolo: “Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un tollerato”; e così descrive il suo lavoro, in un’intervista: “Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione, in maniera assolutamente schematica e semplicistica? È stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio contro lo stato in cui vivo. Dico proprio stato: e intendo dire stato di cose e Stato nel senso proprio politico della parola. Lo stato capitalistico piccolo-borghese che io ho cominciato a odiare fin dall’infanzia”.

All’odio per lo stato borghese, si contrappone l’amore per le cose semplici, per l’adorata madre, per il Friuli dell’infanzia: “Quelle che amo di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Non vedeteci retorica… ma perché la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione (ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice”. Pasolini è agli antipodi rispetto allo stereotipo dell’intellettuale elitario e lontano dalle masse: racconta del popolo, dei “ragazzi di vita” della periferia romana. Partecipa alla vita pubblica, e si rivolge alla gente: in televisione, per commentare politica, arte, ciclismo, calcio (“l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”); sui giornali, rispondendo alle lettere dei lettori (quelle sul Corriere della Sera sono raccolte col nome Scritti Corsari); con la cinepresa, come dimostra il tenero candore con cui Pasolini, nel documentario Comizi d’amore, gira l’Italia per conoscere l’opinione delle persone su temi legati a sessualità, amore e buon costume, con l’intento di fotografare il cambiamento della morale del Paese.

Una brutta storia

“Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro“ (Pier Paolo Pasolini)

Alle 6.30 del mattino del 2 Novembre 1975, una signora si accorge della presenza di un corpo accanto ad un campetto da calcio all’Idroscalo, una zona degradata, di baracche, vicino alla foce del Tevere, lungo la strada sterrata che collega Ostia con Fiumicino. I Carabinieri trovano sul luogo l’anello con la scritta US ARMY, alcuni pezzi di legno sporchi di sangue e ciocche di capelli, una camicia a righe sbottonata e insanguinata, diverse tracce di pneumatici. Il corpo appartiene a Pier Paolo Pasolini, ed è stato massacrato con ferocia: riverso a terra, ha la canottiera strappata e i pantaloni aperti, è letteralmente coperto di lividi e sangue, ha le mani fratturate, dieci costole rotte, il naso schiacciato, volto e corpo tumefatti.

Davanti al giudice e al capo della Squadra Mobile (gli uffici investigativi della Polizia), Pelosi confessa dettagliatamente. Alle 22.30 della sera precedente (1 Novembre), si trova di fronte al chiosco di un bar con degli amici, in piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Tiburtina, quando si avvicina un’Alfa Romeo da cui esce un uomo. Questa persona si avvicina ai ragazzi e chiede se qualcuno voglia fare un giro con lui in cambio di un bel regalo: ad accettare è proprio Pelosi. I due si dirigono quindi alla trattoria Al biondo Tevere, al quartiere Ostiense: l’uomo è molto noto (ma Pelosi non lo ha riconosciuto) e, nonostante l’ora tarda, la cucina viene riaperta per lui. Alle 23.30 lasciano il ristorante, fanno benzina e imboccano la via Ostiense in direzione Idroscalo. A mezzanotte, l’auto si apparta vicino ad un campetto da calcio all’Idroscalo, per consumare un rapporto sessuale per cui Pelosi viene retribuito con 20mila lire. Il rapporto, però, si interrompe presto, perchè l’uomo vuole di più, fa richieste che il ragazzo non vuole soddisfare. Pelosi allora si ribella: nasce una collutazione, l’uomo diventa violento, lo aggredisce e il ragazzo, per difendersi, inizia a colpirlo, finchè l’uomo non cade a terra esanime. Pelosi scappa allora verso l’auto per fuggire: la vettura sobbalza nella fuga, ma il ragazzo non sa dire perchè (non ha la patente, è sotto shock, non vede la strada perchè l’auto è molto bassa, la strada è sterrata, piena di buche…). Questa versione viene ripetuta cinque volte in cinque interrogatori diversi, senza contraddizioni. Fine delle indagini: il caso, ancora una volta, sembra chiuso: è una brutta storia, di prostituzione, è coinvolto un minorenne, in luoghi degradati… è meglio dimenticare. I giornali di destra parlano del fatto con derisione, il Partito Comunista, imbarazzato, prende ulteriormente le distanze.

Tre mesi dopo, il 26 Febbraio 1976, inizia il processo a Pino Pelosi. La famiglia Pasolini si costituisce parte civile, così da poter seguire indagini e processo, e gli avvocati capiscono subito che le indagini sono state praticamente inesistenti, e che le forze dell’ordine si sono “accontentate” troppo facilmente della versione di Pelosi. Molti amici di Pasolini, tra cui due grandi giornalisti come Oriana Fallaci e Furio Colombo, fanno controinchieste, e nuovi particolari iniziano ad emergere.

La mattina del 2 Novembre, quando la polizia arriva all’Idroscalo, è già presente una folla di curiosi che non viene dispersa; anzi, viene consentito ad alcuni ragazzi di giocare a pallone nel campetto dove vengono ritrovati i legni e la camicia sporchi di sangue, a soli 70 metri dal corpo di Pasolini. A causa di questo errore, è impossibile rilevare eventuali tracce (nonostante varie testimonianze parlino di più auto e più persone) e, dei pochi reperti raccolti, non viene segnata la posizione (l’anello con la scritta US Army, invece di essere repertato, viene messo in tasca da un ufficiale). L’Alfa di Pasolini viene lasciata per 4 giorni all’aperto sotto la pioggia, prima di essere consegnata alla polizia scientifica: si perde, tra le altre cose, una ditata sporca del sangue della vittima sul tettuccio esterno della macchina, dal lato passeggero, come se qualcuno si fosse appoggiato per entrare nell’abitacolo); come se non bastasse, spostando l’automobile, gli agenti urtano addirittura un palo! Nella macchina vengono trovati due oggetti, che non appartengono nè a Pelosi, nè a Pasolini (l’Alfa era stata pulita a fondo poche ore prima del delitto dalla cugina dello scrittore): un plantare destro davanti al sedile del passeggero, e un maglione verde nel sedile posteriore. Di chi sono?

Quando il medico legale di parte civile fa una sua perizia, nuovi elementi vengono scoperti. Innanzitutto, sul corpo sono presenti diverse tracce di pneumatico: Pasolini non è quindi morto dissanguato, come da ipotesi dei Carabinieri, ma perchè l’auto gli è passata sopra, fratturandogli le costole, lacerandogli il fegato e, infine, schiacciandogli il cuore. I segni sul corpo di Pasolini, inoltre, non sono compatibili con gli umidicci pezzi di legno sporchi di sangue trovati all’Idroscalo, troppo fragili per consentire un tale massacro: dove sono le armi del delitto? Mentre il corpo della vittima è completamente ricoperto di sangue, Pelosi non presenta alcun segno di collutazione: perchè Pasolini non ha reagito?

Infine, gli avvocati di parte civile appurano che l’aggressione è avvenuta in due luoghi distinti: dapprima vicino all’auto (accanto a una delle due porte del campetto); poi, dopo che Pasolini è riuscito brevemente ad allontanarsi (la camicia è trovata sbottonata e non rotta, poco lontano dalla macchina: è probabile l’abbia usata per tamponarsi la testa), sul lungomare, dove viene trovato il corpo, a 70 metri dal campetto. Lì Pasolini viene colpito fino a perdere i sensi. Lì viene investito e muore.

Il 26 Aprile 1976, i giudici condannano Pino Pelosi a 9 anni e 7 mesi per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario (l’automobile, secondo i giudici, ha cambiato volontariamente traiettoria per investire Pasolini). Secondo la sentenza, è provato che Pelosi non era solo.

Il 4 Dicembre 1976, la corte d’Appello conferma l’omicidio, ma assolve Pelosi per gli atti osceni e il furto. La presenza di complici è, questa volta, solo probabile.

Il 26 Aprile 1979, la corte di Cassazione mette la parola fine: Pelosi è il colpevole unico dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Non ci sono complici.

Un delitto politico

“Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi” (Federico Zeri, storico dell’arte)

Molti amici e familiari di Pasolini sono convinti che gli avvocati debbano perseguire la pista del delitto politico. Gli anni Settanta in Italia, infatti, sono un periodo in cui la politica viene vissuta come violenza: nel solo anno 1975 sono infatti ben otto i morti per cause politiche. Non mancano gli episodi eclatanti, come il delitto del Circeo, del Settembre 1975, dove tre ragazzi di buona famiglia, ispirati da ideali filo-nazisti, seviziano e massacrano due ragazze; o, due anni prima, nel 1973, lo stupro di Franca Rame (attrice e autrice teatrale, moglie del Nobel per letteratura Dario Fo) da parte di estremisti di destra, ispirati da alti ufficiali dei Carabinieri di Milano. Lo stesso Pasolini aveva subito numerose minacce e aggressioni dagli ambienti della destra filofascista: alla presentazione di Mamma Roma, al cinema Barberini, i fascisti aggredirono addirittura gli spettatori!). A detta degli avvocati, però, le pressioni sono tali da rendere impossibile il perseguimento di alcuna pista politica: in particolare, non viene sentito come testimone un caro amico e prezioso collaboratore di Pasolini, Sergio Citti (fratello di Franco,  interprete di Accattone). Secondo Citti, la sera dell’1 Novembre, Pasolini sarebbe caduto in una trappola.

Qualche giorno prima dell’omicidio, infatti, qualcuno ruba negli studi della Technicolor, a Cinecittà, una serie di bobine, che in gergo si chiamano “pizze”, tra cui alcune del film Salò, cui Pasolini sta lavorando in quei giorni, e che uscirà postumo. Citti è il primo a venire contattato dai rapinatori: “Venne da me un ragazzo che io conoscevo, di nome Sergio Placidi, che mi disse che il film era in mano a persone che chiedevano un riscatto per riconsegnare la pellicola. Riferii questo a Pasolini, il quale a sua volta lo disse a Grimaldi [il produttore, ndr], che volle una conferma del fatto che queste persone avevano la pellicola, tanto è vero che dopo qualche giorno fecero ritrovare un pezzo della pellicola in un posto concordato. Il ragazzo che mi aveva contattato mi lasciò il numero di telefono di un bar, che si trovava in via Lanciani, dove però non lo trovai. Quando Pasolini tornò da Parigi, la mattina del primo novembre 1975 io lo contattai per incontrarlo, ma lui mi disse che quella sera non potevamo incontrarci perché lui doveva incontrare la persona o le persone che dovevano riconsegnargli il film. Quella fu l’ultima volta che parlai con Pasolini perché la sera fu ucciso”. Durante questo dialogo, sempre secondo Citti, Pasolini è contento, perchè i ragazzi che l’hanno contattato hanno detto di essersi sbagliati, e hanno mostrato l’intenzione di restituire le “pizze”: i ragazzi di borgata, i “ragazzi di vita” da lui raccontati e amati, lo rispettano ancora.

Questa versione fa emergere nuovi interrogativi: innanzitutto, si scopre subito che il bar di via Lanciani, base dei ladri delle “pizze”, è lo stesso bar frequentato da Pino Pelosi e i suoi amici. Inoltre, vengono messe in risalto delle incongruenze negli spostamenti di Pasolini e Pelosi, quella notte. A parlare è ancora Citti: “Io credo che l’appuntamento fosse proprio alla stazione Termini verso le 10 di sera. Dopo la cena quindi [Pasolini] è andato alla stazione per aspettare chi gli doveva riconsegnare le pizze. A quel punto un testimone dice di aver visto Pelosi salire sulla macchina di Pasolini. I due vanno via e dopo 25 minuti ritornano alla stazione. Poi vanno a mangiare al ristorante Al biondo Tevere, secondo me perché chi doveva riconsegnare il film gli ha dato un appuntamento a più tardi. Pelosi dunque ha avuto il ruolo di esca, perché sapevano che sarebbe piaciuto a Pasolini. Ma se Pasolini doveva solo andare con questo ragazzo perché sono andati all’idroscalo, percorrendo 35 chilometri dalla stazione Termini, per poi fare altri 65 chilometri per riportarlo a Setteville sulla Tiburtina, dove Pelosi abitava, e poi tornare a casa sua all’Eur e percorrere altri 30 chilometri. Perché Pasolini doveva percorrere 130 chilometri? Poteva andare sulla Tiburtina, che lui conosceva bene, dove c’erano tanti prati”. Secondo Citti, Pasolini non sarebbe nemmeno mai andato all’Idroscalo, un posto squallido, pericoloso e fuorimano; e in ogni caso non avrebbe mai preso la via Ostiense (dove si ferma a fare benzina), ma la via del Mare, la strada più naturale. L’opinione di Citti e degli amici e familiari dello scrittore, è che Pasolini non sia proprio mai arrivato all’Idroscalo, ma che fosse sull’Ostiense perchè si stava dirigendo verso una delle frazioni della borgata romana, per incontrare quei ragazzi. Lì sarebbe stato raggiunto, preso e portato all’Idroscalo per essere ammazzato.

La testimonianza di Citti, ignorata dalla magistratura, cade nel dimenticatoio. Almeno fino al 7 Maggio 2005, quando Pino Pelosi, intervistato dalla giornalista Franca Leosini, ritratta tutto: “Sono innocente. Non ho ucciso Pasolini”. Dopo trent’anni vissuti nel terrore (in cui ha scontato l’intera pena per l’omicidio, più altre brevi detenzioni per furto e droga), Pelosi dice di non avere più paura, dato che i suoi genitori sono ormai morti, come probabilmente le persone coinvolte nell’omicidio. La nuova versione di Pelosi, arricchita di particolari ad ogni intervista, è decisamente diversa e coincide, in parte, con la testimonianza di Citti. Innanzitutto, Pelosi dichiara un’assidua frequentazione con Pasolini, nei mesi precedenti il delitto. La sera dell’1 Novembre, Pelosi è il mediatore incaricato di accompagnare Pasolini ad un appuntamento all’Idroscalo con i ladri delle “pizze”. Lì, nell’attesa dell’incontro, si sarebbe effettivamente consumato un rapporto orale tra i due, dopo il quale Pelosi esce dall’auto e si allontana per orinare. A quel punto spuntano tre uomini sui quarant’anni, con accento del sud (calabrese o siciliano): uno, con la barba, immobilizza Pelosi; gli altri due trascinano Pasolini fuori dall’auto ed iniziano a picchiarlo. Quando Pasolini riesce ad allontanarsi, Pelosi cerca di difenderlo, e per questo viene colpito in testa. Mentre arrivano sul posto due altre auto (tra cui un’Alfa uguale a quella di Pasolini) e una moto (i cui passeggeri sono gli unici riconosciuti da Pelosi: i fratelli Borsellino, militanti di destra romani, ormai morti), l’uomo con la barba minaccia Pelosi e la sua famiglia, istruendolo sulla versione da ripetere alle forze dell’ordine e gettando il suo anello per terra. Durante il pestaggio, gli uomini insultano ripetutamente Pasolini (“Iarruso! Fetuso! Frocio! Sporco comunista!”), mentre lui urla disperato, invocando aiuto e la madre.

Queste rivelazioni di Pelosi portano alla riapertura del processo, il 4 maggio 2010. Gli inquirenti, questa volta, si concentrano sulla camicia insanguinata di Pasolini: alcune tracce di DNA vengono isolate, ma sono troppo deboli per favorire un’identificazione. Le indagini si risolvono in un nulla di fatto, e il processo viene archiviato ad inizio 2015.

Un mistero

“Io so’ piccolo, e che ne so? Non posso arriva’ a capire il perchè. Io so com’è morto Pasolini, ma non so il perchè. Il perchè lo spiega qualcun altro che c’ha la mente un po’ più aperta. Io, Pino Pelosi, semplice borgataro, ma che ne so perchè hanno ammazzato Pasolini? A chi dava fastidio Pasolini? Voi benpensanti penso ne saprete più di me: l’avrete studiato, l’avrete ammirato” (Pino Pelosi, intervistato nel 2014)

Perchè è stato ucciso Pasolini? Per un rapporto sessuale a pagamento finito male? A seguito di una rapina? Gli è stata data una lezione in quanto comunista e omosessuale? La verità, almeno per ora, non è nota, nascosta dalle reticenze di Pelosi e dall’omertà delle altre persone coinvolte. Ci sono, però, alcuni elementi che fanno supporre un’altra verità, che coinvolge apparati dello Stato, forze dell’ordine, centri di potere, anche ambigui.

Innanzitutto, c’è la figura enigmatica di Antonio Pinna, un meccanico legato ad ambienti della malavita romana, che avrebbe assiduamente frequentato Pasolini nelle ultime settimane di vita, per motivi ignoti. Secondo la testimonianza di Silvio Parrello, pittore romano citato in Ragazzi di vita col soprannome “er pecetto”, Pinna possedeva un’Alfa Romeo 2000 GT quasi identica all’auto di Pasolini, che sarebbe stata portata, nei giorni successivi al delitto, da un carrozziere, sporca di sangue e fango e con una botta sulla fiancata. Pinna scompare il 16 Febbraio 1976, poco prima dell’inizio del processo, e da allora non si hanno più sue notizie: la sua Alfa viene trovata parcheggiata all’aeroporto di Fiumicino, abbandonata. Pinna non è però il solo personaggio di dubbia provenienza ad entrare in questa storia: c’è ad esempio il criminologo Aldo Semerari, che nel primo processo fa una perizia (che sarà respinta dai giudici) su Pelosi e lo dichiara incapace di intendere e di volere, iscritto alla loggia massonica deviata Propaganda 2, coinvolto nei processi di molte stragi di Stato e che verrà ucciso dalla camorra.

E c’è poi un altro processo che si incrocia con il delitto Pasolini, un processo per un altro delitto senza colpevoli, per un altro mistero italiano: è il 2001, quando i giudici che stanno indagando sulla morte di Enrico Mattei, si imbattono in Pasolini. Mattei aveva fondato, nel 1952, l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), e nel decennio successivo aveva portato avanti una strategia innovativa per spezzare il monopolio di quelle che lui chiamava “le sette sorelle”, ovvero le sette compagnie petrolifere mondiali, cercando di stabilire nuovi rapporti, più diretti, tra i paesi industrializzati e quelli fornitori di materie prime. Il 27 Ottobre 1962, l’aereo su cui Mattei sta volando da Milano a Catania esplode in volo, senza lasciare superstiti. Indagando su questo delitto, i giudici si imbattono in Petrolio, il romanzo cui Pasolini sta lavorando al momento della morte. Di Petrolio, che uscirà solo nel 1992, con 500 pagine invece delle 2000 previste, in versione non definitiva, pieno di note a margine e bozze, Pasolini dice: “Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”. Petrolio doveva essere, nell’idea di Pasolini, il tentativo dello scrittore di raggiungere la verità, ovvero, come abbiamo visto, di mettere l’ordine dove sembra regnare il mistero. L’obiettivo di Pasolini è di trovare un filo che unisca le stragi di Stato, la strategia della tensione, il petrolio e l’intera vita politica italiana: questo filo viene individuato nella storia dell’ENI, di Mattei e della sua successione. In un articolo che abbiamo già citato (Cos’è questo golpe? Io so, 1974) e che fa un po’ da manifesto al “romanzo delle stragi”, Pasolini scrive: “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe”. […] Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. Queste prove, continua Pasolini, sono precluse agli intellettuali, perchè accessibili solo dagli uomini di potere. Il vero colpo di stato, conclude l’articolo, sarà quando un uomo di potere deciderà finalmente di mostrare delle prove. E se qualcuno avesse mostrato a Pasolini qualcosa che non avrebbe dovuto vedere? I magistrati che indagano sul caso Mattei, infatti, notano che tra le fonti di Petrolio è presente un introvabile pamphlet, Questo è Cefis, circolato quasi solamente in ambienti militari e di intelligence, allo scopo di denigrare Eugenio Cefis, che succederà a Mattei alla presidenza dell’ENI. Chi ha consegnato questo documento a Pasolini? E vista la fine che aveva fatto chiunque aveva provato ad indagare a fondo sul caso Mattei (come il giornalista Mauro De Mauro, rapito dalla mafia a Palermo nel 1970 e mai più ritrovato), è possibile che Petrolio abbia qualcosa a che fare con la morte di Pasolini?

Purtroppo, ad oggi, una verità accertata non esiste. Le uniche certezze sono che Pasolini è stato brutalmente assassinato, probabilmente da più persone, e che colui che la Giustizia ha indicato come colpevole è, probabilmente, nella migliore delle ipotesi, un testimone reticente. Confidiamo nel tempo: lo stesso tempo che ha provveduto a ripulire la reputazione di Pasolini dalle infami calunnie durante tutta la sua vita. Confidiamo che un uomo del potere fornisca una prova, o che un vecchio “ragazzo di strada” decida di raccontare ciò che sa. Confidiamo che prima o poi il mistero di questa orrenda vicenda si diradi e che una logica sia ristabilita. Fosse anche solo per omaggiare Pier Paolo Pasolini, nel nome della verità.

Prispevek je bil prvotno objavljen v 23. številki Razpotij (pomlad 2016).

Foto vir: Pier Paolo Pasolini/WIKIMEDIA COMMONS