Aquileia, culla di cultura. Da Karl Von Lanckoronsky a Max Fabiani


Diego Kuzmin

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Al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, sono custoditi alcuni elaborati grafici a firma di Max Fabiani riguardanti la sistemazione della piazza del Capitolo. Descrivono un frammento di quella singolare vicenda riguardante il più vasto fenomeno della finis Austriae e la particolare attenzione riservata in quel momento dalla “moderna” Amministrazione asburgica ai monumenti e alle architetture del passato, alla luce di quel cosmopolitismo culturale che era una delle forme in cui si esprimeva l’idea sovranazionale dell’Impero danubiano al suo crepuscolo, in quello che secondo Claudio Magris, fu uno dei tentativi della civiltà ottocentesca di salvarsi dai nazionalismi prorompenti.[1]

Infatti, già nel 1850 viene fondata a Vienna la k.k. Central-Commission zur Erforschung und Erhaltung der Baudenkmale (Imperial regia commissione centrale per lo studio e la conservazione dei monumenti), il cui primo presidente fu il barone Karl von Czoernig (1804-1889), alto funzionario dell’Amministrazione asburgica di origine boema, attivo a Trieste, Milano e Vienna, fino a divenire il responsabile della k.k. Statistische Zentralkommission (Imperial regia commissione centrale di statistica), per poi ritirarsi nel 1865 a vita privata a Gorizia.

L’attività della Commissione riguardò principalmente le culture d’epoca paleocristiana e alto medioevale, dalle quali derivano le culture nazionali all’interno del panorama centroeuropeo e, mentre certo interesse fu rivolto al gotico, scarso riguardo si ebbero per rinascimento e barocco.

Fu poi prevalente l’attenzione ai territori periferici della Corona, come appunto il Litorale e Aquileia di immediato interesse di Czoernig, nel più ampio quadro di una attività per la quale, secondo Walter Frodl[2]:

ognuno dei popoli della Monarchia asburgica [costituita da 12 differenti nazionalità] vedeva nei monumenti storici le testimonianze del suo passato nazionale. Studiandoli potevano penetrare più profondamente nella loro storia e divenire più consapevoli nella ricerca della propria identità. Almeno in questo campo gli interesse nazionali potevano essere soddisfatti e addirittura incoraggiati. D’altra parte però l’idea complessiva della cura dei monumenti poteva venir accettata da tutti perché in essa la molteplicità poteva comporsi nell’unità auspicata dallo stato accentratore. I divergenti interessi nazionali potevano così essere unificati e forse, nel corso del tempo, avrebbero potuto contribuire anche a creare quel movimento di opinione favorevole allo Stato che l’amministrazione e la politica non potevano ottenere con la forza.[3]

Vennero così sollecitate puntigliose ricerche e ricostruzioni storiche e soprattutto storico-culturali e storico-artistiche a vantaggio delle diverse identità nazionali, a fianco ma anche di contro alla visione unitaria e centralistica dell’Impero: molteplicità e pluralismo nell’unità erano dunque garantiti e sostenuti dalla medesima promozione culturale.[4]

Un forte impulso circa la valorizzazione del patrimonio archeologico di Aquileia, si ebbe nell’ultimo decennio dell’Ottocento, grazie al conte Karl von Lackoroński (1848-1933), che intraprese una campagna di scavi finanziati fino dal 1893 nell’area della basilica patriarcale, con lo svelamento di gran parte dei mosaici paleocristiani sottratti agli strati pavimentali sovrappostisi nei secoli e visibili oggi nelle aule teodoriane.

Di famiglia polacca, vicepresidente della k.k. Central-Commission, dopo lunghi studi archeologici in Asia minore, rimase profondamente impressionato dalla monumentalità della basilica di Aquileia, da lui definita seconda Roma. Le opere di scavo sfociarono poi nel 1906 a Vienna nella monumentale pubblicazione Der Dom von Aquileia, per i tipi della Gerlach & Wiedling, edizione in folio di grande formato, ricca di disegni, analisi e rilievi, che ebbe all’epoca grande successo, coniandosi in Austria pure la denominazione di gloria nazionale[5] per Aquileia e la sua basilica.

Col deflagrare della prima guerra mondiale, Max Fabiani (1865-1962) ancorché cinquantenne venne richiamato sotto le armi. Non vi rimase molto e quando, nel 1917, dopo l’avanzata di Caporetto fu costituito il Wiederaufbau (Ufficio Ricostruzioni) di Gorizia e Gradisca, per la ricostruzione del territorio liberato dalla conquista italiana, egli ne divenne architetto capo.

In precedenza ad Aquileia, dopo alcune soluzioni provvisorie, alla presenza dell’Arciduca Carlo Lodovico era stato inaugurato il 3 agosto 1882 l’Imperial-regio Museo di Stato istituito nella villa Cassis Faraone, nei giardini della quale fu successivamente aggiunto nel 1898, in occasione del 50° giubileo di Francesco Giuseppe, un lapidario porticato da 160 metri secondo il progetto elaborato dall’architetto, storico dell’architettura ed archeologo, George Niemann (1841-1912), struttura rivelatasi però ben presto carente rispetto le necessità espositive.

All’interno dell’Ufficio Ricostruzioni di Fabiani furono così ideate una diversa soluzione per l’impianto museale e una nuova sistemazione della piazza del Capitolo, quale rinnovato contenitore della Basilica[6], riuscendo a sbloccare, in soli quattro mesi[7], l’annoso problema dell’ampliamento del Museo e a ottenere l’approvazione del progetto, nonché i mezzi per la sistemazione della piazza della Basilica e del suo viale d’accesso.

Al particolare interesse di Fabiani riguardo le vestigia della Storia, pure nella considerazione del fatto che Aquileia fu il più importante sito archeologico della grande monarchia danubiana, considerato da tutti i popoli dello Stato come culla della propria cultura,[8] non potevano essere indifferenti i tre anni di studio resi possibili dalla borsa del concorso per il Ghega-stipendium (Premio Ghega), che dal 1892 al 1894 gli diede la possibilità di viaggiare e conoscere direttamente le grandiose opere del passato.

Un viaggio iniziato dapprima in Grecia e poi proseguito in Italia e in Europa del nord, pur mantenendo quel sostanziale tratto di Italianische Reise, descritto nell’omonimo testo da Johann Wolfgang Goethe tra il 1813 e il 1817. Una esperienza che gli rimase assai viva, della quale formulò un inquadramento critico di carattere interdisciplinare, frutto del suo personale approccio sistemico all’analisi e in parte dedotto dalla cultura romantica e storicistica dell’Ottocento, ricordato a posteriori da lui stesso in ACMA, ancora nel 1945:

un amatore d’arte che vuol comprendere e godere le grandiose opere elleniche dell’epoca di Pericle (400 a.C.) non può essere appagato dalla vista dei templi e dalla lettura della loro storia. Egli deve conoscere i costumi e i riti dell’epoca, e più ancora le tradizioni e le evoluzioni artistiche, conoscere i materiali e le tecnologie usate in quell’epoca. Specialmente queste ultime sono spesso decisive, quanto trascurate nei libri e nelle stesse scuole d’architettura, o dell’arte in generale.

Egli mira invano lo splendore del Partenone sull’Acropoli di Atene mentre la sua beltà gli rimane inaccessibile. Non riesce a comprendere la straordinaria grandiosità di quell’arte, per quanto si fatichi, se non è consapevole delle origine ceramiche di essa, e se non osserva sotto quell’aspetto speciale le finezze, la struttura e la semplicità dell’insieme e dei particolari.

Deve sapere che i templi dell’epoca arcaica,precedente, erano tutti rivestiti di strati di stucco e malta, di gran spessore, colorati, e di aspetto orientale, senza fughe visibili, che tutti i profili, compreso l’echino, erano modellati e prettamente di carattere ceramico, cioè, opere di scultore.

Quattrocento anni più tardi, nell’epoca romana, nasce appena la cosciente costruzione di pietra, come siamo abituati a vederla oggi, con fughe visibili, nerbature di marmo e profili architettonici corrispondenti, più duri e rustici, si, ma più propri dell’architettura della pietra.[9]

La piazza della basilica

Da parte di Fabiani, l’approccio alla nuova composizione della principale piazza di Aquileia non tende al recupero dell’edificato esistente, dato che, salva la Basilica, erano in pratica scomparsi tutti gli elementi coevi alla medesima. Vi applica piuttosto quel funzionalismo urbanistico studiato e praticato con grande anticipazione, che ha contraddistinto i piani per Lubiana (1895 e 1898), Bielsko-Biala (1898) e poi successivamente tutti i piani di ricostruzione dell’Isontino, compreso il piano per Gorizia del 1921.

Piani che, diversamente dalla tendenza generale del momento tesa ancora alle “Raccomandazioni” del Congresso Urbanistico Tedesco di Berlino del 1875 per una pianificazione rivolta quasi esclusivamente ai problemi del traffico e ai tracciati delle strade principali,[10] raccoglievano linee del tutto innovative, così sostenute:

In effetti si può affermare che la casa d’abitazione, la casa d’affitto, il palazzo, ecc., sono concetti cristallizzati sin dall’antichità, mentre una città disposta razionalmente è un concetto in via di formazione, anzi direi, rappresenta uno sforzo culturale nuovissimo.

Compito essenzialmente artistico!

I greci e i romani sapevano naturalmente sistemare le piazze monumentali in modo superlativo e così alcune strade di grande prestigio, nonché gli splendidi giardini. Tutto questo però solo nel senso dei singoli oggetti architettonici con un effetto più o meno monumentale. Anche le conquiste igieniche dei romani, i problemi di approvvigionamento idrico delle città monumentali e le prescrizioni edilizie del Rinascimento rappresentano soltanto alcune parti e singoli momenti di una pianificazione cittadina.

Soltanto la considerazione simultanea di tutti i motivi, sia utilitari che estetici, che in qualunque modo possono presentarsi, distingue la progettazione moderna di una città.

Quali potrebbero essere questi momenti?

Le considerazioni igieniche di tutti i tipi, le considerazioni derivanti dalla posizione della città e dalle considerazioni climatiche,ecc., tutti gli svariatissimi momenti tecnici riguardanti il traffico, lo sfruttamento dei terreni, le posizioni delle piazze e dei mercati, la sistemazione delle industrie ecc., i problemi idrici, i problemi dei giardini e dei parchi, e comunque delle zone verdi, gli aspetti rappresentativi della città,le questioni inerenti agli edifici monumentali e a tutti gli svariati problemi estetici, i regolamenti edilizi con la conseguente sistemazione adatta delle zone di abitazione, la differenziazione dei tipi edilizi… L’elenco potrebbe continuare a lungo.[11]

Sempre rispettoso del genius loci, e in quanto tale ritenuto a lungo “nel cono d’ombra di Camillo Sitte” (1843-1903) che Fabiani peraltro stimava,[12] egli configura la piazza quale nuova cornice urbana, espressa nei termini architettonici tradizionali di quel momento, per contenervi al centro dello spazio chiuso, così ricavato, il Battistero, con l’incorporazione nel perimetro della facciata della Basilica popponiana, il volume della quale rimane isolato dietro le mura del cimitero cittadino, conservate insieme a questo.

L’invaso che se ne ricava viene ad assumere una nuova conformazione a cannocchiale, a proseguimento del filo dettato dalla quinta nord-ovest, nella ridefinizione del perimetro con nuovi elementi architettonici di dimensioni contenute, che a sud-ovest dovevano ospitare i servizi per i visitatori, un piccolo museo e un porticato ad uso galleria lapidario.

Il viale d’accesso viene alberato ai due lati e riformulato nella testata occidentale di arrivo alla piazza, mentre altre alberature[13] definivano nuove quinte urbane, mimetiche riguardo gli edifici esistenti sul lato settentrionale, poco importanti ma utili e perciò conservati, in una visione articolata dell’intervento la quale, oltre alle valenze urbanistiche e la pluralità di funzioni dello spazio pubblico, contiene anche altri temi ricorrenti nell’attività dell’architetto: la considerazione dell’assetto stratificato dell’area, la coesistenza di preesistenze monumentali e di “edilizia minore”, l’inserimento di nuovi elementi architettonici mediato dall’insediamento di appropriate funzioni e da una ricerca formale che rielabora elementi della tradizione,[14] ipotizzando per il lato nord della piazza un assetto peraltro forse troppo affine a tanti centri storici italiani, con tanto di fontana quadrilobata.[15]

Tutta l’attenzione del progettista viene così dedicata alla valorizzazione del complesso basilicale, isolato nella sua nuova cornice urbana. Una soluzione del tutto ambientale e discreta, priva di voli pindarici e quasi priva di orpelli, finalizzata ad isolare il battistero all’interno di un nuovo spazio scenografico non prevaricante, ricavato dal recupero di una piccola parte del sedime del vecchio sepolcreto, nel quadro di una compiuta geometria d’insieme.

Il nuovo museo

Analogo interesse rivolge Fabiani alla valorizzazione della statuaria e dei manufatti custoditi nel museo della villa Cassis Faraone. Anche in questo caso vi prevede un intervento minimale e attento allo spirito del luogo dove si trova ad operare. Gli interni  vengono riordinati riposizionando la distribuzione verticale, le scale vengono traslate verso il giardino su strada, mentre le sale espositive vengono affacciate alla corte posteriore dove il sistema porticato delle gallerie viene completamente ripensato in funzione di un equilibrio quasi urbano, nell’intento di valorizzare il patrimonio antico, in questo caso i reperti museali, con un approccio simile a quello adottato per la valorizzazione del complesso basilicale, in equilibrio discreto del complesso generale riguardo l’emergenza architettonica preminente, costituita dalla villa.

Chiariti con insolita velocità anche per l’Amministrazione asburgica gli aspetti burocratici, sia a livello locale che ministeriale, il progetto venne approvato il 2 agosto del 1918, nell’imminente dissoluzione dell’Impero. Un progetto che, a confronto con lo stato attuale del Museo, coacervo di addizioni sopraggiunte nei decenni, offre dal punto di vista funzionale, urbanistico ed architettonico, soluzioni di gran lunga migliori rispetto quanto realizzato ed esistente.[16]

Epilogo

Nell’ottobre del 1918 l’avanzata dell’esercito austro ungarico si fermò sul Piave, a Vittorio Veneto. In pochi giorni, a causa della lunga avanzata da Caporetto, della lontananza delle seconde linee e della difficoltà di approvvigionamenti (non c’era più cibo), le armate si sfaldarono disgregandosi nelle varie componenti nazionali. Per primi si ritirano gli ungheresi, poi gli altri, in un clima di abbandono e sfinimento descritto dallo scrittore Friz Weber (1895-1972), all’epoca sul fronte del Piave quale tenente d’artiglieria:

Le costruzioni sono misere: case di legno piene di sabbia umida. Non abbiamo né cemento né ferro, e anche il legname solido scarseggia. Le opere di sbarramento cadono a pezzi. […] Disciplina? Da tempo è andata a farsi benedire. Chi crede ancora al potere dei superiori, se questo potere non è neppure in grado di procacciare alla truppa affamata un po’ di carne? Ognuno ormai combatte isolatamente la sua lotta contro la fame e la spossatezza. Che cosa mai tiene ancora unita questa gente? Senso di fedeltà, di cameratismo e di paura. Paura di rimaner soli e di scomparire come isolati, paura della grande piana brulicante di gendarmi e in mezzo alla quale, senza tessera alimentare, si è perduti come nel deserto? [17]

Il 3 novembre venne stipulato l’armistizio di villa Giusti, con il quale i territori del Litorale, Aquileia compresa, passarono in consegna alla Amministrazione militare provvisoria italiana, tra i compiti della quale rientrava pure lo smantellamento della precedente Wiederafbau e la sua sostituzione con una rinnovata struttura, più aderente al nuovo spirito patrio.

Fabiani, che in una dichiarazione del 8 gennaio 1919[18] risultava ancora impiegato all’Ufficio per la Ricostruzione, elaborò una seconda versione del progetto in lingua italiana, sostituendo alla galleria porticata a sud un muro con tre esedre, più confacente agli stilemi architettonici della nuova Amministrazione, conservando però la soluzione edificiale del piccolo museo a ovest, di fronte al Battistero. Versione anche questa rimasta inattuata, senz’altro per l’ostilità culturale italiana verso l’ambiente mitteleuropeo, ma soprattutto per i legami di Fabiani con la precedente amministrazione asburgica, visti con sospetto dal nuovo assetto politico instauratosi nella regione.[19]

Invero, il mancato apprezzamento del progetto italiano di Fabiani fu solo l’inizio di una lunga serie di avversità incontrate dall’architetto dopo la fine della guerra e culminate con la sua destituzione dall’Ufficio Ricostruzione il 7 aprile 1919.

Una vicenda esemplificata in alcuni carteggi rinvenuti da Marco Pozzetto, qualcuno di carattere perfino ingiurioso:[20]

… il prof. Fabiani non è qui indispensabile … si ha pertanto l’onore di proporre che egli venga esonerato dal servizio per quest’anno a datare dal 5 aprile p.v….

(17 marzo 1919, lettera commissario Ricostruzione di Gorizia e Gradisca, tenente colonnello Lombardi)

… l’assegnazione qui del Fabiani sarebbe superflua. Assai meglio sembra potrebbe essere utilizzata la sua opera o quale insegnante … o presso la conservazione dei monumenti…

(7 aprile 1919, lettera del direttore del Dipartimento tecnico, ingegner Guido Lori)

N° 082089 stop. Comunicasi per notifica che non est possibile confermare in servizio presso dipendente dipartimento tecnico professore Fabiani Massimo.

(7 aprile 1919, telegramma commissario Ricostruzione di Gorizia e Gradisca, tenente colonnello Lombardi)

Il Prof. Fabiani è sloveno … di più venne osservato inoltre che il Prof. Fabiani è quasi completamente ignaro della lingua italiana…

(18 aprile 1919, lettera del Capo Ufficio ITO, tenente colonnello Finzi, al Governatorato)

Il Prof. Fabiani è sloveno … è persona nota per il suo schietto patriottismo austriacante, sempre apertamente dimostrato e per la sua spiccata avversione all’elemento italiano. Di nazionalità slovena e quasi completamente ignaro della lingua italiana…

(21 giugno 1919, lettera del Capo Ufficio ITO, tenente colonnello Finzi, all’Ufficio Belle Arti e Monumenti)

… per le opere eseguite dallo stesso Ing. Fabiani, viene a mancare – nei riguardi professionali – quella capacità tecnico-artistica atta a giustificare incarichi di una certa importanza; tanto meno render utile l’opera sua in questo Ufficio di Belle Arti e Monumenti…

(25 giugno 1919, lettera del Capo Ufficio Belle Arti di Trieste, arch. Guido Cirilli)

… Il professore Massimiliano Fabiani … per nascita di nazionalità mista. Ma fu sempre di sentimenti slavi, e gli sloveni lo riguardavano come una loro illustrazione nazionale. La stampa slovena di Gorizia, Trieste e Lubiana ne intessono le lodi specialmente ogniqualvolta compilò gratis i piani di qualche edificio nazionale (p.e. Narodni dom, Trieste, Trgovski dom, Gorizia). Al crollo dell’Austria trovavasi a Gorizia come consulente della Commissione Ricostruzioni ed il comitato jugoslavo lo nominò dirigente l’Ufficio delle Ricostruzioni che egli imbandierò con colori slavi. Sopravvenuta la Redenzione, impresse a tutt’uomo a farsi credere italianissimo. Parla però l’italiano deficientemente, essendo slovena la sua lingua materna e non essendosi mai curato di studiare l’italiano. La sua presente conversione non convince nessuno che conosca i suoi precedenti e viene ascritta al noto suo opportunismo. … Il suo affidamento politico è, dato i precedenti, molto problematico…

(09 febbraio 1920, lettera del Commissario civile Gottardi)

Poco prima, nel novembre del ‘18 era giunto a Trieste l’architetto marchigiano Guido Cirilli (1871-1954), in Italia uno dei maggiori rappresentanti dell’ultima fase dell’Eclettismo architettonico. Erano i giorni immediatamente successivi all’armistizio, quando la convulsa situazione, resa più grave dall’incertezza del trapasso dei poteri che si sarebbe risolta appena nel novembre 1920 con il trattato di Rapallo tra il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, provocava tensioni sociali e politiche, mentre l’opera di integrazione e assimilazione dei territori ex austriaci all’ordinamento nazionale italiano iniziava in una complessa condizione di interrelazioni fra le autorità romane e quelle politico-amministrative di livello provinciale, con la Venezia Giulia ancora retta dal Governo militare provvisorio.

In questo contesto, lo Stato italiano nello sforzo di un’effettiva normalizzazione delle condizioni di vita, avvertì la necessità di occuparsi del patrimonio culturale locale, soprattutto a Trieste, con la precoce istituzione in quella città dell’Ufficio Belle Arti e Monumenti affidato a Cirilli, sia per un primo doveroso atto di accertamento tecnico-amministrativo sullo stato del patrimonio monumentale più o meno danneggiato dalla guerra, ma soprattutto per l’esigenza di un programma di risanamento organico improntato a riflessioni politiche di assimilazione identitaria di tale patrimonio. Alla politica imperial-regia, complessa e pluralistica dei beni culturali, si sostituì così una politica contraddistinta dalla propaganda nazionalistica, fondata su un’eredità latina o primariamente italica, alla quale il nuovo governo presto si accinse.

Aquileia fu subito ritenuta il più prezioso accrescimento del patrimonio monumentale italiano nelle terre redente, massimo centro di irradiazione del cristianesimo e faro di romanità. Tra il ‘19 e il ’20, con i mezzi del Genio militare della III Armata fu condotto lo scavo della basilica teodoriana sud, attigua a quella popponiana, fu realizzata la soletta in cemento armato a protezione della cripta degli scavi e sistemato il piazzale antistante la basilica e il campanile. Al cimitero degli eroi retrostante, dove vennero composte già nel 1915 «le salme dei primi morti d’Italia» spostando il cimitero cittadino altrove,  venne conferito un deciso carattere monumentale nell’integrazione formale con la basilica romanica.

Il 14 ottobre del ’24, concludendo la sua peraltro considerevole attività presso l’Ufficio Belle Arti, Cirilli comunicava al prefetto di Trieste il suo commiato rivendicando di aver trasfuso in quel compito «tutta la [sua] fede di italiano e la [sua] opera d’artista».[21]

Tornando invece al rapporto con Fabiani, come testimonia la sua citata lettera del 25 giugno del ’19, fin da subito Cirilli ne ebbe spiccata avversione.

L’architetto di San Daniele nel frattempo era stato assunto a servizio temporaneo all’Ufficio Provinciale Ricostruzioni Architettura (UPRA) per il primo periodo dei lavori, grazie alla raccomandazione[22] dell’avvocato Luigi Pettarin (1871-1951), friulano di San Lorenzo Isontino e suo buon amico, commissario della Giunta Provinciale di Gorizia e poi presidente della neo istituita Provincia fino al 1922, quando fu soppressa e spartita tra Udine e Trieste:

… Sarei propenso ad assumere il Prof. Dott. Fabiani al servizio dell’Amministrazione provinciale quale forza avventizia, almeno per il primo periodo dei lavori di ricostruzione … Mi prendo la libertà di chiedere se da parte di Codesto Commissariato nulla osti all’assunzione … osservando che egli è nato a San Daniele del Carso e che, pur essendo di nazionalità slovena, non nascose la sua simpatia per l’Italia. La sua assunzione al servizio provinciale, mentre farebbe impressione favorevole nei circoli sloveni, avrebbe pure qualche importanza quale atto politico di avvicinamento dell’elemento slavo della provincia…

(9 febbraio 1920, lettera di Luigi Pettarin al Commissariato Generale Civile per la Venezia Giulia)

In seno all’UPRA, Fabiani produsse una copiosa attività, tantissimi i piani urbanistici ma anche la ricostruzione dei principali monumenti dell’Isontino distrutti, chiese e palazzi, ai quali sovraintendeva però sempre l’Ufficio delle Belle Arti di Cirilli, che non dimenticava mai di contrastare, con speciose motivazioni, qualsiasi progetto a firma di Fabiani il quale, fino ad allora, solitamente timbrava con le indicazioni dell’Ufficio i suoi disegni firmando direttamente sulla matrice e trasportandosi così la firma su tutte le copie riprodotte.

Ciò comportò la mimetizzazione di Fabiani che, di regola non firmò più i progetti fino a quando fu Cirilli a dirigere l’Ufficio delle Belle Arti, si trattasse pure di opere di restauro o di rifacimento di elementi importanti quali il Duomo, le chiese di Sant’Andrea, SS. Vito e Modesto, quella di Lucinico[23] o l’Ospedale Fatebenefratelli di via Diaz a Gorizia.[24]

E infatti, la gran parte dei progetti fabianesi, depositati in archivi diversi da quello dell’Ufficio delle Belle Arti, riportano la sua firma a china nera, anche in forma di sigla, ma solo in originale sulla copia cartacea, lasciando alla matrice il solo compito del timbro dell’Ufficio.

Ma come mai poi, Max Fabiani, illustre docente presso il Politecnico di Vienna, pur invitato dal Rettore a riprendere al più presto la sua attività di Professore con lettera del 25 novembre ’18, di poco successiva all’armistizio di Villa Giusti, declinò l’invito, ricordando il suo incarico alla ricostruzione pervenutogli ancora nel ’17 dalla amministrazione asburgica ma riguardante il Litorale, un territorio il quale, come gli ricordava lo stesso Rettore, in seguito alle cambiate condizioni politiche non appartiene più al nostro Stato, per decidere di affrontare invece tutte quelle vicissitudini riguardo le quali non poteva non accorgersi di andare incontro, specie dopo l’immediato rifiuto dei suoi progetti per Aquileia del 1918 e la successiva versione, volonterosamente “italianizzata” l’anno successivo?

Secondo Marco Pozzetto

fu probabilmente l’amore per le terre isontine, unito allo scetticismo sulle future possibilità di ciò che rimaneva dell’impero e soprattutto l’amore per la sua «patria spirituale» a indurlo ad accettare un oscuro, provinciale lavoro di ricostruttore…[25]

ricordando che

Mori in dignitosa miseria [a Gorizia], novantasettenne, il 12 agosto 1962.[26]

 L’intervento poi realizzato da Guido Cirilli sulle aree attigue alla basilica, seguì criteri molto diversi, anzi opposti riguardo le previsioni di Fabiani. Nel clima culturale degli ideali nazionalisti che esaltavano le origina latine e cristiane di Aquileia e il sacrificio della nazione, per riappropriarsi delle testimonianze del passato furono accentuati gli aspetti monumentali dell’area, ponendo attenzione preminente agli elementi con elevato valore simbolico.

A scala urbanistica non venne infatti delimitato alcun invaso e, con la demolizione delle vecchie mura cimiteriali, gli spazi basilicali si ritrovarono collegati alla campagna circostante con l’effetto di isolare gli edifici monumentali in uno spazio ampiamente dilatato nel territorio.

Un doppio filare di cipressi, simbolo d’immortalità, rafforzò l’asse costituito dal viale d’accesso al piazzale, allargato e rettificato per una migliore impostazione prospettica verso il campanile, mentre il muro di cinta che conteneva la torre campanaria e che separava il piazzale dal vecchio cimitero cittadino, conservato da Fabiani, fu sostituito con una “moderna” cancellata in ferro battuto, trasparente per consentire la visione del nuovo cimitero degli eroi, che ad est volgeva lo sguardo ai campi di battaglia attraverso l’arcosolio dedicato ai dieci militi ignoti, eminente simbolo del sacrificio bellico.

Infine, a maggiore esplicazione della romanità della quale l’Italia voleva essere moderna erede ben prima dell’avvento del regime fascista,[27] su una antica colonna di epoca classica, collocata in posizione antistante la torre campanaria nel cono del viale d’accesso alla piazza, venne installata una copia bronzea della lupa capitolina, donata dal Comune di Roma nel 1919, nella ricorrenza del XXI centenario della fondazione di Aquileia, avvenuta nel 181 a.C.[28]

[1] Claudio Magris, Il Mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino, 1963, p. 195.

[2] Walter Frodl, storico dell’Arte, Strasburgo 1908 – Vienna 1994. Responsabile per conto dell’alto Commissariato germanico per la sicurezza delle opere d’arte del Litorale Adriatico e quindi anche di Aquileia, all’epoca della occupazione nazista (8 settembre 1943- aprile 1945), docente presso la Technische Hochschule di Vienna, presidente dell’Ufficio federale austriaco per i monumenti e autore di numerose pubblicazioni in materia.

[3] Walter Frodl, I primordi della Scuola Viennese di Storia dell’Arte, su “La Scuola Viennese di Storia dell’Arte”, Gorizia, 1986, p. 24.

[4] Sergio Tavano, “Wiener-Schule” e “Central-Commission” fra Aquileia e Gorizia, su “Arte in Friuli-Arte a Trieste” n.10, Udine, 1988, pp. 97-98.

[5] Karl von Lanckoroński, La basilica di Aquileia, a cura di Sergio Tavano, Gorizia, 2007, p. 201.

[6] Restaurata nelle attuali forme romaniche dal patriarca Poppone attorno il 1030, dopo gli ingenti danni causati dal terremoto del 988.

[7] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998, p. 48.

[8] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998, p. 48.

[9] Massimo Fabiani, Acma l’anima del mondo, Gorizia, 1945, pp. 22-23.

[10] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998, p. 27.

[11] Marco Pozzetto, Max Fabiani architetto, Gorizia, 1966, pp. 71-72.

[12] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998, p. 27.

[13] Presumibilmente tutti ippocastani, varietà arborea di grande effetto che poi adotterà in ogni suo piano di ricostruzione, le quali alberature sono in gran parte ancora esistenti oggi.

[14] Gabriele Botti, Il rapporto con le preesistenze: cinquant’anni di scavi e restauri (1909-1961), in “L’aula meridionale del battistero di Aquileia”, Verona, 2015, p. 92.

[15] Manuela Castagnara Codeluppi, Della memoria in architettura, in “L’aula meridionale del battistero di Aquileia”, Verona, 2015, p. 131.

[16] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998, p. 245.

[17] Fritz Weber, Tappe della disfatta, Milano, 1982, pp. 287-290.

[18]  Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998,p p. 47-48.

[19] Gabriele Botti, Il rapporto con le preesistenze: cinquant’anni di scavi e restauri (1909-1961), in “L’aula meridionale del battistero di Aquileia”, Verona, 2015, p. 92.

[20] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998,p p. 48-50.

[21] Paolo Santoboni, Nelle terre redente: la direzione dell’ufficio belle arti e monumenti, in “Guido Cirillli Architetto dell’Accademia”, Padova, 2014, pp. 101-115.

[22] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998,p p. 50-51.

[23] Diego Kuzmin, La chiesa di Lucinico secondo Max Fabiani, Luzinis n. 35, Cormons (GO), 2011, pp. 6-7.

[24] Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, 1998, p. 51.

[25] Marco Pozzetto, Max Fabiani architetto, Gorizia, 1966, pp. 46-47.

[26] Marco Pozzetto, Max Fabiani architetto, Gorizia, 1966, p. 55.

[27] L’incarico di governo, dopo la “marcia su Roma” venne conferito a Benito Mussolini il 30 ottobre del 1922.

[28] Gabriele Botti, Il rapporto con le preesistenze: cinquant’anni di scavi e restauri (1909-1961), in “L’aula meridionale del battistero di Aquileia”, Verona, 2015, p. 92.

Prispevek je bil prvotno objavljen v 21. številki Razpotij (jesen 2015).