Libertà, violenza, tragedia. 85° anniversario delle vittime di Basovizza


Raoul Pupo

 

ho-visto-nina-volare-1024x768Basovizza, 1930. Un piccolo paese nel comune di Trieste, entrato nella memoria storica di due popoli, lo sloveno e l’italiano. Ottantacinque anni fa, all’alba del 6 settembre, un plotone di camice nere dava qui esecuzione alle sentenze di morte comminate poche ore prima dal tribunale speciale per la sicurezza dello stato, trasferito a Trieste per la prima, ma non per l’ultima volta. Del resto, anche al di fuori dei due grandi processi del ’30 e del ’41, altre severe condanne vennero comminate a danni di antifascisti di lingua slovena e croata dal medesimo tribunale speciale, organo politico del regime, la cui funzione specifica, al confine orientale, era quella di strumento di sostegno repressivo alla politica di snazionalizzazione: una politica – come già al tempo notarono altri antifascisti, quelli di Giustizia e Libertà – che poteva realizzarsi solo attraverso il terrore e la ferocia.

Tutto questo e’ avvenuto molto tempo fa e oggi in Italia la consapevolezza storica di che cosa sia stata quella stagione, cioè il fascismo, si è di molto affievolita. Ciò è avvenuto in parte, si capisce, per il solo trascorrere degli anni, ma per altro verso è pure il  risultato   di un lucido disegno, condotto da parte di soggetti influenti, nella cultura, nella politica e nell’informazione, di annebbiamento dei contorni più spigolosi del movimento e del regime fascista, e di equiparazione dell’esperienza del fascismo a tante altre che l’Italia ha attraversato nel corso della sua storia unitaria. Commemorare quindi in chiave non celebrativa ma storica – questo e’ il compito che abbiamo come storici – significa prima di tutto ricordare che cosa è stato il fascismo, nella Venezia Giulia e altrove.

Il fascismo è stato prima di tutto violenza, prima violenza squadrista e poi violenza di stato, senza che la seconda abbia mai del tutto sostituito la prima: ancora nella seconda metà degli anni ’30, mentre da un lato i tribunali condannavano al confino, alla galera ed alla morte, gli squadristi uccidevano con le loro mani, come accadde in modo orribile ad Alojz Bratuž.

Il fascismo peraltro non si è affermato né soltanto, né principalmente per opera della violenza, ma è stato un prodotto della crisi che ha travolto le istituzioni democratiche, è stato uno dei sintomi della malattia della democrazia che ha afflitto l’Europa tutta, con pochissime eccezioni, fra le due guerre mondiali. Oggi il contesto internazionale è per nostra fortuna completamente diverso: tuttavia, proprio quell’esperienza storica ci porta a guardare con inquietudine i segni di affanno delle istituzioni, il fastidio verso la democrazia parlamentare, l’insofferenza verso il sistema di contrappesi e garanzie che i costituenti hanno creato proprio al fine di evitare possibili derive autoritarie. La storia non si ripete mai, ma se qualcosa può insegnare, è proprio che crisi di tal fatta possono aprirsi ad esiti imprevedibili, e che spesso le forze tradizionalmente devote alla conservazione delle strutture democratiche mostrano una certa difficoltà nel riconoscere e fare i conti con le pulsioni antidemocratiche che sorgono nella società civile.

Il fascismo è stato anche intolleranza, negazione radicale del diritto all’esistenza dell’altro, sia che questi si qualificasse in termini politici, nazionali o razziali. Questa intolleranza è costitutiva dell’atteggiamento fascista, così come costitutivi sono il nazionalismo, l’imperialismo e l’antislavismo. Sul razzismo invece il discorso è più complesso, ma senza postulare legami meccanici, credo si possa quantomeno dire che l’intolleranza nazionale, anche se intessuta di costrutti culturalisti e non biologici, quando si spinge agli estremi di radicalismo propri dell’antislavismo fascista, costituisce una spinta capace di configurare le coscienze, rendendole più esposte alle derive razziste.

Di questi tratti essenziali del fascismo oggi siamo convinti, temo, piuttosto pochi. Proprio perciò, sono persuaso che ogni occasione di commemorazione storica vada colta, per far conoscere e far capire, nell’ampia parte d’Italia che sta oltre l’Isonzo, che cosa è stato il fascismo di frontiera, e come questo non sia stato un aspetto marginale, un incidente di percorso, dell’esperienza fascista, ma uno dei suoi elementi fondanti e qualificanti.

Quell’intolleranza e quella violenza fasciste hanno suscitato ribellione, specialmente da parte di chi, come gli sloveni ed i croati della Venezia Giulia, pativa di un’oppressione doppia rispetto ai loro concittadini di lingua e sentimenti italiani. All’oppressione politica si cumulava infatti quella nazionale, con il risultato di generare una profonda e larga avversione non solo verso il fascismo, ma verso quell’Italia con la quale il fascismo aveva preteso di identificarsi e, purtroppo, ci era in buona misura riuscito.

Se l’avversione è stata di molti, la ribellione è stata di pochi, perché le circostanze non consentivano diversamente: non quindi lotta di massa, come sarebbe stata durante la guerra di liberazione, ma azione cospirativa e dimostrativa, che addotta quali strumenti d’intervento la propaganda e il terrorismo. Al riguardo, credo che non bisogna aver paura delle parole, perché scelte del medesimo tipo sono state largamente frequentate da parte dei movimenti di unificazione nazionale; ma, al tempo stesso, non bisogna nemmeno caricare la terminologia di significati che non ha. Ad esempio, se la medesima definizione può adattarsi sia alle stragi sunnite nelle moschee sciite, che ai tentativi un po’ maldestri di Guglielmo Oberdan e dei suoi sodali, questo vuol dire che il termine è corretto, ma operativamente, come categoria interpretativa, non vale nulla, perché non ci fa capire la specificità di un fenomeno.

Molto più utile allora per noi, è ricorre alla proposta dell’illustre storico triestino Elio Apih, che ha distinto tra una fase squadrista – comprendendovi sia le azioni fasciste che le reazioni che suscitarono – che fu tipica del primo dopoguerra e del periodo interbellico, ed una fase stragista, che fu tipica invece del secondo conflitto mondiale e del secondo dopoguerra. Ciò significa che negli anni ’20 e ’30 il fascismo ha espresso il massimo di violenza concepibile all’interno del contesto italiano del tempo. Poi, gli orizzonti del pensabile si sono drammaticamente spostati in tutta Europa. L’evidente salto di qualità fra le due stagioni  si lega al succedersi delle guerre mondiali, che hanno impartito lezioni diverse sull’uso della violenza, in termini generali ed in particolare sul fronte orientale, dove negli anni ’40 si è realizzato l’incontro conflittuale fra la propensione nazista allo sterminio e l’eredità della rivoluzione bolscevica e delle politiche staliniane

La ribellione dunque, di cui oggi commemoriamo alcuni dei protagonisti, ha avuto contenuti antifascisti, ma non solo, perché a motivarla ha concorso anche la spinta dell’irredentismo. E qui, parlando degli irredentismi, tocchiamo un altro dei nodi fondamentali della storia e del dramma di queste terre di confine: dramma non tanto perché gli irredentismi sono stati due e speculari, ma dramma soprattutto per la loro parabola.

Dire irredentismo significa infatti in primo luogo parlare di lotta per la libertà, in favore di una piena realizzazione della comunità di cui si sente di far parte, per l’affermazione di quei principi nazionali che fra ‘800 e ‘900 sono divenuti elementi costitutivi della personalità individuale e delle identità collettive. E questa azione sprigiona virtù civili in massimo grado: dedizione alla causa, impegno per gli altri, capacità di sacrificio spinta fino al dono della vita, come nel caso che commemoriamo oggi. Ma capita che alla fase eroica della liberazione succeda quella dell’affermazione, e che quell’ansia di libertà si converta in intolleranza verso chi non appartiene alla comunità nazionale vincente.

Ciò non è affatto scontato, non è una legge di natura che debba per forza andare ogni volta così: semplicemente, ciò è quanto concretamente è successo nelle nostre terre, a parti alternate, dopo le guerre mondiali. Se crediamo, come io credo, che questa sequenza micidiale costituisca una tentazione fortissima, ma non una condanna inesorabile, allora ritrovarsi a commemorare i protagonisti della stagione eroica e dolorosa della nazione, essendo contemporaneamente consapevoli di quel che è accaduto quando le nostre nazioni hanno trionfato, può costituire uno stimolo ad impegnarsi con tutte le forze per troncare la catena. Purtroppo, il peggio è già stato fatto, decenni orsono, ed a noi rimangono le conseguenze. C’è però spazio per intervenire su almeno due piani.

Il primo, è quello della valorizzazione delle reliquie del passato plurale delle nostre terre, cioè le minoranze linguistiche sopravvissute alle grandi semplificazioni novecentesche. Dico valorizzazione e non tutela, perché sappiamo tutti che quest’ultimo termine è un’ipocrisia, in quanto sotto una certa soglia solo una promozione attiva, consapevolmente squilibrata rispetto ai gruppi maggioritari, può difendere i gruppi minoritari dall’assimilazione.

Il secondo piano è quello della memoria. Quella che oggi ci ha richiamati qui è una memoria forte, per certi aspetti fondativa di un’identità comunitaria. E questa nostra è terra di memorie forti e dolenti, di memorie strutturalmente divise. Ma questa, è una ricchezza o una maledizione?

Che la memoria sia una ricchezza, oggi lo dicono in molti e ne siamo certo persuasi noi, che siamo qui convenuti per far memoria assieme di una tragedia. Che la memoria però possa diventare anche una maledizione, ce lo mostra l’esperienza di questa regione di confine, in cui spesso il peso del passato ha schiacciato il presente, e dove i ricordi di dolore sono stati di frequente adoperati come rendite di posizione politica. A risolvere il dilemma non hanno certo contribuito le proposte di memoria condivisa, che si prefiggono un obiettivo irraggiungibile, posto che la soggettività dei ricordi non è interscambiabile: se mai, momenti di condivisione che non siano legati alle appartenenze nazionali, si possono raggiungere su di un altro terreno, quello dei giudizi storici frutto di analisi critica.

Per uscire dalla strettoia può esserci però un’altra via, da percorrere con pazienza, un passo dopo l’altro. Il primo passo è quello del riconoscimento delle memorie altrui, che in alcuni casi può diventare autentica scoperta – in genere da parte di italiani nei confronti di sloveni e croati – di un patrimonio umano e civile largamente sottovalutato. Il secondo passo è quello del rispetto delle memorie sofferenti, che non interferisce con le valutazioni storiche e politiche. Il terzo è quello della purificazione della memoria, termine che non ha di per sé un particolare significato religioso, perché vuol dire semplicemente la disponibilità a considerare anche i lati oscuri della propria memoria, con la quale pure si rimane solidali.

E’ un cammino stretto, ma c’è chi lo percorre. Fatto importante ed inedito, c’è segno che anche le istituzioni degli stati vogliano avviarsi per quella strada: sono passi piccoli, ma per arrivare in cima conviene forse andare a ritmo lento.

Prispevek je bil objavljen v 22. številki Razpotij (zima 2015/2016).

Foto: ho visto nina volare / Flickr